venerdì 17 gennaio 2014

"Il fidanzamento del signor Hire"

Villejuif è l'estrema periferia di Parigi: oltre, non c'è che la campagna bianca di brina. È qui che la polizia ha rinvenuto il cadavere di una prostituta. Solo un mostro può avere commesso un simile delitto. E chi altri può essere, il Mostro, se non il signor Hire, che tutti scansano con un brivido? Il signor Hire è piccolo, grasso, come se non fosse fatto né di carne né di ossa. Sul suo viso cereo spiccano baffetti che sembrano disegnati con la china. Tutti i suoi gesti hanno la rigida precisione di un cerimoniale. E' davvero lui il colpevole? Solo nell'epilogo ogni interrogativo troverà risposta, un epilogo nel quale tutto converge come per un disegno fatale, un epilogo preparato, momento per momento, eppure indicibilmente atroce.

In "Il fidanzamento del signor Hire", la ragnatela del destino si stringe intorno all'innocente protagonista, sospettato a torto di un sanguinoso delitto, e nessuna presenza amica, carica di umanità e di ruvida comprensione, viene ad alleviare la sua solitudine. Un sovrappiù di crudeltà simenoniana introduce nel destino di Hire un momento, particolarmente straziante, di illusione amorosa; ma il "fidanzamento" dell'ometto con la florida lattaia, che sembra offrirsi a lui con insperata accondiscendenza, non è che l'ultima trappola di una vita grottesca votata allo scacco, all'insegna della disperazione.
Una trama ben orchestrata è quella di Georges Simenon che converge verso un finale imprevedibile eppure quasi inevitabile. Il signor Hire è un personaggio che non si fa dimenticare, è forse l'incarnazione del capro espiatorio perfetto. Non si può che fare il tifo per lui, anche se in parte lo si guarda con un misto di repulsione e disapprovazione.
Simenon, unico e originale, riesce a trasportare in questo romanzo una vita di solitudine, una passione vissuta attraverso lo sguardo da una finestra.
Lento, malinconico, triste, un libro bello ma sconsigliato a chi è giù d'animo...

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